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Intervento della DIREZIONE GENERALE

In merito all’intervista al prof. Liboni uscita sulla Nuova Ferrara lunedì 13 febbraio 2017

L'intervista del Prof. Liboni offre un punto di vista particolare su un lungo periodo di esercizio della chirurgia, non tanto a Ferrara, quanto in Italia, limitando le sue osservazioni locali alle ultime righe dell'intervista.

Che affronta tre questioni: il clima interno agli ospedali, dal punto di vista dei medici e più precisamente dal punto di vista dei primari, le liste d'attesa e la libera professione, le differenti condizioni di esercizio dell'attività sanitaria nel privato accreditato e nei servizi gestiti dal pubblico.

 

1. Il clima differente.

Spesso si parla della Sanità prima della riforma del ‘92 (aziendalizzazione) descrivendola come una Sanità libera da pastoie burocratiche, in cui il medico tutto poteva. Questo pregiudizio sottintende che il medico tutto poteva al fine di meglio assistere il paziente. Ora, come lo stesso prof. Liboni implicitamente suggerisce, “il medico”, i medici non erano tutti uguali. I “baroni”, come venivano chiamati, esercitavano il loro potere prima di tutto nei confronti dei propri colleghi. Naturalmente è sperabile che le scelte compiute dai primari seguissero gli interessi della generalità dei pazienti, ma non era possibile dimostrarlo in alcun modo, e anzi, il nome utilizzato per indicare il soggetto che prendeva decisioni di questo tipo, “il barone”, pare suggerire che le ragioni delle decisioni fossero assolutamente oscure, certamente ai pazienti, ma soprattutto ai colleghi affidati alla direzione del primario. 

Una volta, insomma, almeno i ruoli apicali erano alquanto soddisfatti, non avevano obblighi di rendicontazione particolari e non erano sottoposti a controlli interni o esterni rilevanti, e il personale infermieristico era prevalentemente uno strumento assistenziale a disposizione del medico.

 

Oggi non è più così, più che altro per una questione di legittimazione dell'azione sanitaria. I pazienti hanno dei diritti che hanno imposto fossero formalizzati e che attivamente difendono. Il sistema premiante, per quanto ancora lacunoso, certamente soggetto al giudizio dei primari, costringe questi ultimi a formalità il più oggettive possibili, e così come si deve giustificare se si sceglie di operare un paziente e se è prioritario rispetto ad un altro, si deve giustificare perché si adopera una suturatrice invece di un'altra, un antibiotico invece di un altro, prima di tutto dal punto di vista dell'efficacia, ma anche da quello di vista dell'efficienza, dell'economicità, poiché tali strumenti sono comprati col denaro pubblico proveniente dalla fiscalità generale, e chi paga le tasse esige una qualche rendicontazione (concetto che nel modo anglosassone è applicato da qualche secolo).

È da qualche tempo che si parla dell’insoddisfazione professionale di chi lavora in sanità. Il Bmj, una delle più prestigiose riviste di medicina, nel 2000 pubblicò una serie di articoli su tale infelicità. Le ragioni son molteplici, e probabilmente coincidono con modificazioni nei processi assistenziali di varia natura, dalla tecnologie impiegate, dal loro costo, da ciò che la società ritiene sia l’atteggiamento e il comportamento adeguato dei professionisti sanitari. Anche le recenti indagini sul clima aziendale nei servizi sanitari della Regione evidenziano un malessere organizzativo alquanto diffuso. In ogni caso, pur non essendoci un immediato rapporto causa-effetto, la diffusione dell’insoddisfazione è coincisa con la fine dell’autoreferenzialità medica, con le necessità di dimostrare che si lavora bene. Da questo obbligo non usciremo più, per fortuna, e bisognerà che i processi formativi prima e le strategie aziendali di miglioramento della soddisfazione poi ne tengano conto.

 

2. Liste d'attesa e libera professione

Non si può non essere d'accordo con quel che dice il Prof. Liboni. La chirurgia a pagamento deve essere una scelta specifica del paziente, e non indotta da lunghe liste d'attesa. Ma se si esce da frasi generiche e ci si focalizza sulla specifica situazione ferrarese, si vede che all'interno del Sant'Anna le dimensioni del fenomeno libera professione sono tutt’altro che rilevanti. 

Più precisamente, l’attività libero-professionale per prestazioni ambulatoriali ha un valore attorno al 12 per cento per le visite specialistiche, mentre la diagnostica e le prestazioni terapeutiche sono responsabili di valori molto più bassi, attorno al 6%, e il laboratorio analisi praticamente nullo. L’attività libero-professionale di ricovero, e segnatamente quella chirurgica, cui si riferisce il prof. Liboni, dal 2011 ad oggi esprime valori assolutamente marginali: circa 100 casi/anno pari allo 0,7% dell’attività di ricovero.

Lo stesso Prof. Liboni dice che al cittadino, dopo aver pagato anche la visita libero-professionale, viene detto che non c'è posto, e dunque uno va ad operarsi altrove, ovvero la causa risiede nella limitata capacità produttiva. 

Esistono rinvii di interventi dovuti a malfunzionamenti organizzativi, come la carenza di posti letto dove servono, o la carenza di posti letto di terapia intensiva, a fronte di un’attività chirurgica che si allarga a comprendere casistica che una volta non veniva trattata stante le condizioni di base critiche del paziente e che oggi invece è possibile operare sfruttando tecniche di rianimazione più efficaci. Ma esistono anche dei problemi/comportamenti micro-organizzativi che vengono man mano messi in luce dai sistemi di monitoraggio e controllo che si diffondono in Sanità e che non ha nulla a che vedere con indisponibilità dei posti in terapia intensiva o sub intensiva: le concentrazioni di rinvii per chirurgia di bassa e media complessità, non dovute a carenza di posti letto, risiedono nei modi di gestione delle liste di attesa o della lista di sala operatoria, ancora saldamente in mano ai primari, così come il controllo della proporzione di casi in libera professione.

Problemi che contribuiscono tutti a creare le difficoltà che acutamente stiamo vivendo, che riflettono una situazione di criticità operativa che prevalentemente trova origine nella modificazione dei flussi dei pazienti a seguito delle scelte doverose compiute nella distribuzione dei letti all’interno delle riorganizzazioni della rete ospedaliera in provincia di Ferrara, e, contemporaneamente, nelle modificazioni dei processi assistenziali in Sanità. Nella recente CTSS di questo si è parlato, di come dare spazio operativo a tutta la sanità ferrarese e di come sfruttare al meglio tutte le risorse esistenti (quelle presenti a Cona e quelle degli altri stabilimenti ospedalieri), attraverso la revisione dei percorsi di ricovero, e la garanzia di adeguate risorse di ricovero a detti percorsi. Nel caso specifico della attività chirurgica di media complessità assistenziale, maggiormente assoggettata a lunghe liste di attesa, si è previsto di sfruttare al meglio le risorse chirurgiche in dotazione agli ospedali di Lagosanto, Argenta e Cento prevedendo che questi ospedali possano sviluppare linee di attività “distintive” come la chirurgia di parete (ernie, etc,), colecistectomie, chirurgia del pavimento pelvico, chirurgia vascolare mininvasiva. Parallelamente, a Cona si è proceduto completando la dotazione di sale operatorie (due) e si sta procedendo al potenziamento di letti di terapia intensiva (quattro) e di tipo internistico (al fine di evitare che fenomeni di iperafflusso in ambito internistico costringano a bloccare l’attività chirurgica).

 

3. Differente disponibilità di competenze tra pubblico e privato accreditato.

Che professionalità e competenze, quale quelle del Professor Liboni, affinate in una lunga carriera trascorsa nell'ospedale pubblico e nella pubblica università, possano continuare, dopo il loro pensionamento (spesso determinato per legge), ad essere disponibili per i cittadini è certamente positivo.

Quel che ci lascia perplessi, alla luce delle dinamiche nelle traiettorie di cura e sulla base della vigente regolamentazione pubblico-privato, è che tali professionalità operino nell’ambito di strutture private accreditate. Tralasciando qualsiasi considerazione di ordine tecnico ed economico, troviamo singolare che da un lato la norma imponga il pensionamento dal servizio pubblico per raggiunti limiti di età, impedendo qualsiasi forma di prosecuzione dell’attività con il servizio sanitario, e dall’altro consenta allo stesso professionista di operare presso una struttura privata la cui attività è remunerata da quel pubblico che lo ha pensionato. 

Se al problema precedente si può provare, come dicevamo, ad opporre concrete strategie locali, quest'ultimo problema sembra una caratteristica di sistema, più che un problema.

 

DIREZIONE GENERALE
AZIENDA OSPEDALIERO-UNIVERSITARIA DI FERRARA

creato da webmaster pubblicato il 15/02/2017 09:29, ultima modifica 15/02/2017 09:29

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